Daniel Kraus, l’angelo nel carnaio

Il 29 settembre 1914, poco più di un mese dopo la battaglia di Mons, lo scrittore gallese Arthur Machen raccontò sulle pagine dell’“Evening News” di un soldato britannico che, mentre il suo reparto stava per essere sopraffatto, aveva invocato san Giorgio recitando una formula in latino; sul campo era improvvisamente apparso un gruppo di arcieri fantasma provenienti dalla battaglia di Azincourt che aveva arrestato l’avanzata tedesca. Molti lettori scambiarono per testimonianza autentica quello che di fatto era un racconto intitolato The Bowmen, finché nei mesi successivi, passando di bocca in bocca e alimentata dal clero e dalla stampa religiosa, la storia si confuse con voci di nubi protettrici e presenze luminose che si sarebbero interposte fra i due eserciti: nacquero così i celebri “Angeli di Mons”. Machen continuò invano a ripetere di aver inventato tutto, ma la leggenda si dimostrò più tenace della verità sulla sua origine letteraria, ispirando anche un cortometraggio muto uscito nelle sale britanniche nel 1915.

Più di un secolo dopo, lo statunitense Daniel Kraus, classe 1975, riporta un angelo sui campi di battaglia della Grande Guerra in Angel Down, il romanzo vincitore del Pulitzer per la narrativa nel 2026 e appena pubblicato in italiano da Ne/On nella traduzione di Andrea Cassini (pp. 304, € 21,00). La premessa è gustosa: nell’ottobre del 1918, cinque soldati americani, scelti tra i peggiori del reparto, ricevono l’ordine di dare il colpo di grazia a un ferito le cui urla incessanti stanno facendo impazzire i commilitoni rimasti in trincea. Poiché nessuno intende rischiare la pelle, affidano alla morra cinese la scelta di chi dovrà avventurarsi oltre le linee, ma quando a perdere è il quattordicenne Lewis Arno, Cyril Bagger, protagonista del romanzo, decide a malincuore di accompagnarlo. Giunti sul posto, i due scoprono un angelo dalle fattezze femminili, impigliato nel filo spinato e apparentemente abbattuto dal fuoco dell’artiglieria. Se nella leggenda di Mons l’intervento soprannaturale salvava gli uomini dalla carneficina, qui è l’angelo stesso a cadere vittima della macchina bellica e a diventare, una volta nelle mani dei soldati, l’oggetto dei loro desideri. Ciascun personaggio vi riconosce infatti la figura di cui avverte più profondamente il bisogno, e il finale, anziché scioglierne il mistero, lascia in sospeso la sua vera natura.

Il soldato scelto Cyril Bagger, ribattezzato dai superiori “Soldato Becchino” perché solito farsi assegnare alle sepolture pur di restare nelle retrovie, è un tardo discendente del confidence man melvilliano: prima della guerra spennava ai tavoli da gioco i passeggeri dei battelli sul Mississippi, mentre in trincea sfrutta lo stesso talento per indurre i commilitoni a indebitarsi con i dadi e le carte, costringendoli poi a prendere il suo posto nelle missioni più pericolose. Figlio di un vescovo in crisi di fede morto nell’affondamento del Lusitania, Bagger era riuscito a sottrarsi alla leva fino al 1917, quando fu costretto ad arruolarsi per evitare il carcere. Eppure, con la sola eccezione del giovanissimo Arno, proprio il truffatore si rivela il più integro del gruppo, che include un avido saccheggiatore di cadaveri, un bruto ottuso e violento e un soldato nero proveniente da un reggimento segregato, ridotto dallo shell shock a un tremore incessante. In un’intervista al “Chicago Review of Books”, Kraus spiega che, per ragioni di trama, aveva bisogno di “cinque soldati di cattiva reputazione”, aggiungendo che è solito partire da personaggi “piuttosto cattivi” per mettere alla prova l’empatia del lettore: “Fino a che punto posso rendere spregevole qualcuno senza che il lettore smetta di interessarsi a lui?”.

Il contrasto risulta infatti programmatico: Kraus non contrappone all’angelo uomini che la guerra ha privato della propria umanità, ma figure già predisposte a incarnare avidità, viltà, ottusità e ferocia, immerse nel carnaio di un conflitto disumano. Naturalmente la Grande Guerra non fu affatto la guerra dei gentlemen tramandata da una tenace mitologia retrospettiva; tuttavia, persino la più cruda letteratura di trincea conserva la memoria dell’ordine morale che il conflitto devasta – un mondo fatto di disciplina e solidarietà, vergogna e pietà, fede religiosa e senso del dovere. Di quell’ordine soltanto Bagger e Arno conservano qualche traccia, mentre gli altri entrano in scena già completamente abbrutiti: più che dalla Francia del 1918, sembrano infatti provenire da un immaginario bellico post-Seconda guerra mondiale o persino post-Vietnam, filtrato dal cinema horror e splatter contemporaneo.

Il romanzo affida gran parte della propria forza a un dispositivo formale che impone un’accelerazione continua. La narrazione, in terza persona ma aderente alla coscienza di Bagger, si distende per quasi trecento pagine senza incontrare un solo punto fermo. Una successione di brevi paragrafi paratattici, tutti aperti dalla congiunzione “e” e chiusi da una virgola, concatena azioni, percezioni, congetture e ricordi in un unico movimento, imprimendo al romanzo un andamento fortemente cinematografico: gli stacchi di paragrafo funzionano come tagli di montaggio, mentre la congiunzione salda ogni scena alla successiva e sospinge il lettore senza tregua.

Nell’immaginario di Kraus l’organico e il meccanico si scambiano continuamente attributi: gli scarponi dei tedeschi “picchiano e grattano come pistoni e ingranaggi”; gli obici “fendono la mucilagine nera come dinosauri”; i rivetti di un carro armato A7V diventano “le escrescenze di una malattia terminale”, mentre il mezzo “piange una tempesta di benzina”; i soldati hanno “scatole craniche a sonagli”. È un repertorio coerente con la carneficina industriale della guerra, ma l’insistenza con cui lo dispiega Kraus – autore profondamente legato all’immaginario horror cinematografico, chiamato a completare The Living Dead di George A. Romero e collaboratore di Guillermo del Toro per Trollhunters e The Shape of Water – finisce per attenuarne l’effetto. Si accumulano orecchie, arti e teste mozzate, corpi tranciati a metà o ridotti in poltiglia, sangue che gronda da ogni orifizio, occhi che schizzano dalle orbite. Ogni scena cerca di superare la precedente per efferatezza e inventiva anatomica, finché l’orrore perde peso tragico e scivola nel grottesco.

Proprio questo slittamento rende interessante il confronto con un antecedente letterario (segnalatomi da Umberto Rossi, che ringrazio!) che faceva invece della comicità una scelta programmatica. Nel 1970, in piena guerra del Vietnam, Howard Fast – già militante comunista e vittima della blacklist durante il maccartismo – pubblicò la raccolta The General Zapped an Angel, apparsa lo stesso anno in Italia su “Urania” come Il generale abbatte un angelo. Il racconto eponimo è una breve parabola antimilitarista in cui un generale statunitense, in preda a un delirio di onnipotenza, abbatte un angelo, mettendo in moto l’apparato militare e religioso incaricato di neutralizzare e occultare l’accaduto. Il grottesco, qui apertamente satirico, nasce dall’impassibile normalità burocratica con cui le istituzioni amministrano l’irruzione del sacro.

La somiglianza con Angel Down non dimostra necessariamente una derivazione diretta, ma resta degna di nota: in entrambi i casi un angelo viene abbattuto dalle armi moderne durante una guerra combattuta dagli Stati Uniti ed è subito assoggettato alla logica del potere. Fast non compare nelle interviste di Kraus che sono riuscito a reperire; l’autore fa risalire la genesi del romanzo a un’immagine concepita “anni fa” e mi sembra che nessun giornalista abbia ancora menzionato il racconto del ’70. Il confronto lascia comunque intravedere una genealogia più ampia: da Mons al Vietnam e di nuovo alla Grande Guerra, l’angelo passa da soccorritore dei soldati a vittima e specchio della loro violenza.

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