Letteratura e verità

Per non fare brutta figura a un convegno sul “gotico transamericano” a cui sono stato invitato da un carissimo amico, ho recuperato la raccolta di saggi di Mario Vargas Llosa – forse uno dei premi Nobel più meritati in assoluto – che in italiano ha preso il nome dal suo primo saggio: “La verità delle menzogne”. Non è stato facile, perché è fuori catalogo, nonostante tutte le stronzate che invece sono sempre disponibili, ma per fortuna eBay e Vinted si dimostrano sempre ben forniti e soprattutto a prezzi abbordabili.

Beh, se avessi letto prima questo saggio immenso, probabilmente avrei giudicato inutile scrivere un libro su letteratura e (post)verità. Ha già detto tutto lui, meglio di quanto avrei mai potuto e potrei mai fare io. Un saggio bellissimo, con cui concordo praticamente su tutto. Alcuni passaggi che bisognerebbe incidere sulla pietra:

Che differenza c’è, allora, tra una finzione e un reportage giornalistico o un libro di storia? Non sono fatti pure questi di parole? Non imprigionano forse nel tempo artificiale del racconto quel torrente senza sponde, il tempo reale? La risposta è: si tratta di sistemi opposti di approssimazione al reale. Mentre il romanzo si ribella e trasgredisce la vita, quei generi non possono evitare di essere suoi servitori. La nozione di verità o menzogna funziona in modo diverso da un caso all’altro. […] La verità del romanzo [dipende] dalla sua stessa capacità di persuasione, dalla forza comunicativa della sua fantasia, dall’efficacia della sua magia. Ogni buon romanzo dice la verità e ogni brutto romanzo mente. Perché “dire la verità” per un romanzo significa far vivere al lettore un’illusione e “mentire” essere incapace di compiere quel sopruso. Il romanzo è, quindi, un genere amorale, o, meglio, con un’etica sui generis […]. E’ questa la verità che esprimono le menzogne delle finzioni: le menzogne che siamo, quelle che ci consolano e ci alleggeriscono delle nostre nostalgie e delle nostre frustrazioni.

Chi dice che la letteratura è inutile, che “non è vera e io leggo solo cose vere”, per chi crede alle scritte “Questa è una storia vera” all’inizio o alla fine dei film, e su quella basa il proprio giudizio estetico (che poi è sempre etico), e per chi crede pure alle quarte di copertina che promuovono “La vera storia di…” o “La verità vera su…”, dovrebbe leggere con molta attenzione questo saggio, perché

La verità letteraria è una e la verità storica è un’altra. Ma, per quanto zeppa di menzogne – o, meglio, proprio per questo – la letteratura racconta la storia che la storia che scrivono gli storici non sa né può raccontare.

Spinto dall’entusiasmo ho recuperato anche Lettere a un aspirante romanziere, scoprendo che, nonostante la copertina che sembra pensata per un bambino di dieci anni (e anzi, magari un ragazzino se lo leggesse!), se possibile questo è ancora più bello del saggio sulla verità delle menzogne, di cui è una sorta di ampliamento ed elaborazione.

Arrivo a proporre che diventi lettura obbligatoria preliminare per tutti coloro a cui è mai passato per la mente il ghiribizzo di mettersi a scrivere – tutti dovrebbero leggerlo, visto che tutti, chi più chi meno, siamo aspiranti romanzieri, poeti, diaristi, critici, insegnanti, recensori, pseudo-letterati di vario tipo, intellettuali da tastiera, direttori di riviste, di collane, di festival letterari, fino a chi scrive i post della Casa Bianca. Dovrebbe essere automatico: “Che vuoi fare da grande, a papà? Scrivere? Leggi questo prima!” “Che cosa? Hai scritto un romanzo? Vuoi che lo legga e ti faccia l’editing? Vuoi pubblicare la storia della tua vita/famiglia/lavoro romanzata male che non interessa a nessuno, ma tua moglie/figlio/collega ti ha detto che è un capolavoro? Leggi Vargas Llosa, prima, e poi vediamo che succede.

Quale origine ha quella disposizione precoce a inventare esseri e storie che è il punto di partenza della vocazione di scrittore? Credo che la risposta sia: la ribellione. Sono convinto che ci si abbandona a elucubrare vite diverse da quella che vive nella realtà manifesta in questo modo indiretto il suo rifiuto e la sua critica della vita quale è, del mondo reale, e il suo desiderio di sostituirli con quelli che fabbrica con l’immaginazione e con i desideri. […]

Questo contrasto con la realtà, che è la segreta ragione d’essere della letteratura – della vocazione letteraria – fa sì che questa ci offra una testimonianza unica su una determinata epoca. La vita descritta dalle opere di finzione – soprattutto, da quelle meglio riuscite – non è mai quella che realmente hanno vissuto coloro che le hanno inventate, scritte, lette e celebrate. […] La finzione è una menzogna che racchiude una verità profonda: è la vita che non è stata, quella che uomini e donne di un’epoca determinata avrebbero voluto e che non hanno avuto, e perciò sono stati costretti a inventarla. […]

Il lavoro creativo consiste nella trasformazione del materiale fornito al romanziere dalla sua memoria in quel mondo oggettivo, fatto di parole, che è un romanzo. La forma è ciò che consente di far coagulare in un prodotto concreto la finzione e, in quell’ottica, se questa idea dell’attività romanzesca è corretta (dubito che sia tale, lo ripeto), il romanziere gode piena libertà e perciò è responsabile del risultato.

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